All’inizio degli anni ’90, sulle pagine del bollettino parrocchiale, un parroco tracciava un’istantanea della Chiesa in cui viveva, quella di una grande città del Nord Italia. Ne emergeva un quadro dai toni forti, forse eccessivamente pessimisti, ma attraversato da segnali di speranza e, soprattutto, di fede. Quando quel testo mi capitò tra le mani, decisi di conservarlo tra le mie scartoffie perché mi aveva profondamente colpito. Oggi, quasi per caso, è rispuntato fuori e, rileggendolo a distanza di decenni, sembra che la situazione che descrive non sia cambiata poi molto. E fa riflettere.

La mia Chiesa sta morendo
Io ho paura.
Mi fa paura quell’assemblea domenicale guardata dall’alto: tutte teste grigie o pelate come la mia; quell’assemblea domenicale cittadina diventata “tedesca”, cioè compassata, ordinata, immobile. Perché sono scomparsi i bambini. Sono altrove: la famiglia li porta ormai in altri templi.
Mi fa paura il seminario vuoto della mia diocesi. Il vescovo si dispera; incita alla pastorale vocazionale e alla preghiera fino alla nausea. I suoi preti sono sconcertati e abbattuti. I giovani continuano a rispondere no.
Mi fa paura questa moltitudine di uomini e di donne con il cervello occupato dall’effimero: i giochi televisivi, il rincorrersi delle mode nel mangiare e nel vestire come nel viaggiare e nel leggere. L’effimero, il superficiale è penetrato anche nel sacrario dell’uomo. Si pensa assoggettati alla moda, all’opinione dominante; anche la legge morale è dedotta dai salotti televisivi. Nelle scelte quotidiane la voce della Chiesa è irrilevante. C’è povertà dei mezzi di comunicazione in mano alla Chiesa insieme alla loro incapacità di incidere, di fare opinione, di educare il vivere della gente.
Mi fa paura questa insensatezza dilagante: questo correre spensierato lungo la strada comoda, larga e spaziosa, quella che porta alla perdizione. Perdizione? Salvezza? Cos’è questo soprassalto?
Mi fa paura questa fila di persone che accorre ai santuari e pare felice del proprio immaginario religioso. Vogliono acqua benedetta, rose benedette, essere benedetti; vogliono accendere lumini e confessarsi perché è il primo venerdì, comunicarsi perché è il primo sabato, il quindicesimo giovedì. Alle volte consultano altrove chi legge le carte o il moto degli astri; ordinano preghiere e unzioni per guarire. Vogliono avere sempre più bisogno di un Dio fatto a loro immagine e somiglianza. Vogliono un vitello d’oro da adorare e non questo sempre più indicibile Dio Crocifisso. E alla fine sostituiamo anche noi il mistero cristiano con qualcosa di più appetibile, più ragionevole. La Parola deve suonare sempre più stanca e improbabile, visti il disinteresse che suscita e i vuoti che provoca. Volete ancora ascoltare il vero Dio? No. Perché non ci stiamo a perdere la scena di questo mondo, a perderci, a credere che è donando la vita che la si conquista in Dio.
Mi fa paura questa gioventù cinematografica, affamata di emozioni da consumare subito, con l’errore di perdere tempo prezioso per gustare le carezze sessuali, musicali. Figlia di una cultura decadente, capace solo di distruggere i valori affettivi quaggiù, cerca stimoli forti e violenti! I personaggi del Satiricon o dell’Asino d’oro sono di nuovo qui! Questa gioventù che vuole solo avere e che sta sfasciando la famiglia, perché alla famiglia bisogna dare.
Non avrei paura dei naufragi, delle torture nelle carceri, dell’esilio, del plotone d’esecuzione. Quante volte la Chiesa li ha conosciuti! I martiri di un tempo trionfavano; i vili come me voltavano gabbana e poi rientravano nell’abbraccio misericordioso, per settanta volte sette. Ma vedere questo popolo neo-idolatra, annoiato di Cristo, proprio di Lui, correre poi alla ricerca di tutti i surrogati, prostrarsi agli idoli, mi fa paura.
La mia Chiesa morirà. Morirà quella Chiesa che è mia Madre e Sposa. Ne soffro molto. Io muoio insieme alla Chiesa della mia giovinezza. La ribellione del mio spirito davanti a questa triste novità è inchiodata a una domanda: perché non dovrebbe succedere alla Chiesa di Torino quello che sta succedendo alla Chiesa di Francia, del Belgio e dell’Olanda? Nelle loro capitali metà dei giovani non è più battezzato. I principi mortiferi sono i medesimi: metastasi di uno stesso cancro. Sentiamo la morte anche tra noi: i sintomi di necrosi sono imponenti.
Come sono patetici certi preti, frati o nuovi laici, con il loro gruppetto di malati (o anche grupponi, se sono di quelli che guariscono), attorcigliati dietro ciò che chiamano «la mia comunità». Ancora qualche movimento ecclesiale viene a riciclare i vecchi e stanchi cristiani come me: un po’ di illusione, accanimento terapeutico, prolungano l’agonia. Poi la mia Chiesa morirà; morirà la Chiesa che ho vissuto io. O fiammella piccolina, fiammella cristiana!
Piccolina? Nell’amarezza del pensiero, la memoria mi restituisce parole del Maestro: «Volete andarvene anche voi?». «Sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo.» «Non temere, piccolo gregge.» «Io ho vinto il mondo.» Chi l’ha detto che la Chiesa di Gesù doveva necessariamente essere grande? Il Maestro no. Che cosa significa l’espressione: la diocesi di Torino è di uno o due milioni di battezzati? Che la Chiesa di Gesù in Torino è poderosa? So solo che questa popolazione, tra i suoi schemi vitali, prevede quello di solennizzare la nascita dei figli con un tipico rito cristiano. Forse la Chiesa è sempre stata piccolina, anche se ha conosciuto stagioni rigogliose, fuori dal bisogno religioso della gente o dal beneplacito di quegli imperatori che l’hanno sostenuta.
Insisto nell’essere fedele: il venire del Regno è come il seme più piccolo; è come il lievito. Diventa tutto grande per l’opera del Signore, che è grande. Ogni epoca deve rinascere nella speranza e nella povertà evangelica, dal piccolo seme al grande albero; dal piccolo gregge a tutte le nazioni vecchie e nuove, senza che l’uomo sappia come, mentre se la fa sotto per la paura di affondare. I discepoli devono testimoniare e annunciare, battezzando chi crede. In altre nazioni gli imprenditori hanno trasformato le chiese in magazzini. A Torino certe tendenze da club culturali, le «associazioni» per la difesa del merlo nostrano eccetera, faranno delle chiese barocche – vuote di cristiani – discoteche, sale da concerto, aule per i venerdì letterari, silos per auto o altre utilissime cose. Con il benevolo consenso della cittadinanza e della mia Chiesa. Il disegno di Dio potrebbe aver riservato un nuovo tempo di piccolezza, di umiltà; una parabola del seme che deve cadere nel terreno per marcire e poi fruttificare. Potrebbe chiedere alla mia Chiesa, domani: “Tu sii fedele, continua a confessare Dio Trinità d’Amore”. Saprò affrontare la sfida della piccolezza, dell’irrilevanza sociale, del contare poco o nulla agli occhi dei vincitori?
Io ho paura perché sono un uomo di poca fede. Fa bene il Signore a sferzarmi con la durezza di quel suo risveglio sulla barca che affonda. “E tu solo abbi fede” – continua a ripetermi – “…non temere; tu continua solo ad avere fede!”.
La fede sposta le montagne. C’è una montagna grossa da spostare: siamo noi!
Io credo, Signore, ma tu aumenta la mia fede! Tu solo hai parole di vita eterna…