Per la pace perpetua – 1

ossia Kant contro Hegel (…e Putin)

Sul quadro dov’era raffigurato un cimitero il proprietario di una trattoria avevo apposto la scritta “Alla pace perpetua!”. L’humor nero di quella frase ispirò al filosofo tedesco Immanuel Kant (1724 – 1804) il titolo di una delle sue ultime opere: Per la pace perpetua (1795). Il testo è un “progetto filosofico”, così come egli stesso lo definisce, che espone le ragioni per raggiungere e mantenere nel mondo una pace stabile, perpetua appunto.
Riprendendo la teoria del “patto sociale” di Thomas Hobbes, Kant parte da un concetto molto semplice: come gli uomini, che nello “stato di natura”, cioè prima di ogni forma sociale e senza leggi, dominati dall’egoismo si combattono l’un l’altro per sopravvivere – l’homo homini lupus –, rinunciando a una porzione della propria libertà individuale e garantendosi in cambio la sicurezza, giungono alla costruzione dello Stato, così gli Stati nazionali potranno vivere e prosperare liberi e in pace, perché non più esposti alla costante minaccia altrui, attraverso un “patto”, una garanzia reciproca fra Stati federati.
Forte dell’assunto che solo la pace è vantaggiosa e ragionevole mentre, di conseguenza, la guerra è assurda e irrazionale, Kant espone tre argomenti che garantiscono l’attuabilità del progetto: innanzitutto è la natura a costringere gli uomini alla pace perché la terra è limitata e, per tale ragione, gli uomini sono costretti a trovare un modo per convivere. Inoltre, la pace è conveniente perché consente di sospendere ogni lotta col proprio simile. Infine, se la pace è possibile, dobbiamo fare quanto è in nostro potere per realizzarla.
Le intuizioni di Kant si basano su un’analisi realistica e sul superamento delle cause che spingono gli Stati alla guerra: la corsa agli armamenti e gli eserciti permanenti, il debito pubblico, la volontà di conquistare o ingerire nella politica interna di altre Nazioni. Inoltre, gli Stati chiamati a confederarsi devono dotarsi di ordinamenti repubblicani: i sovrani – monarchi o dittatori che siano – spesso esprimono giudizi o fanno scelte irrazionali e quasi sempre non sopportano in prima persona le calamità della guerra.
Sebbene il progetto di Immanuel Kant costituisca uno dei fondamenti della storia del pensiero politico e risulti di grande attualità sia per la prassi politica nazionale e internazionale che per la riflessione filosofica – tant’è che ha anticipato e ispirato la costituzione di organismi come l’ONU e la Comunità Europea –, esso è stato oggetto giudizi negativi che lo hanno etichettato come utopico e irrealizzabile. La critica più conosciuta proviene dal suo connazionale, Friedrich Hegel (1770 – 1831), il quale, nei suoi “Lineamenti di filosofia del diritto” (1820), obietta che, se la pace tra gli individui è possibile perché c’è lo Stato che fa rispettare la legge e l’ordine, tra gli Stati questo non funziona, perchè ci vorrebbe a sua volta un’autorità sovranazionale che imponga il rispetto delle leggi e dirima i contenziosi. Così, in mancanza di questa autorità, ci possono essere Stati che rompono i trattati di pace e fanno scoppiare le guerre. Quindi, conclude Hegel in maniera più drammatica, è la guerra che, in ultima istanza, decide le controversie tra i popoli e «…come il movimento dei venti preserva il mare dalla putrefazione nella quale lo ridurrebbe una quiete durevole, così vi ridurrebbe i popoli una pace durevole o anzi perpetua» e l’allusione allo scritto di Kant è chiara!
Se dunque Kant resterà un inguaribile ottimista (l’ottimismo della ragione!) – almeno fino a quando la federazione mondiale degli Stati, cui dovrebbe tendere l’ONU, non si doterà di poteri sovrani, anche le idee di Hegel sono problematiche se non addirittura inaccettabili: basta guardare il modo in cui hanno segnato tristemente la storia del Novecento e purtroppo anche la realtà dei nostri giorni.

[…continua ]

Francesco Pignatelli
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