Per la pace perpetua – 2

ossia Kant contro Hegel (…e Putin)

La disputa a distanza tra i due filosofi tedeschi, Kant ed Hegel, sulla possibilità o sulla opportunità di garantire al mondo una pace perpetua, si potrebbe chiudere con un “pari e patta”. Tuttavia Kant ha ancora qualcosa da dire, o meglio da ribadire, portando all’estremo la sua argomentazione esposta precedentemente: la ragione spinge l’umanità alla pace perché questa non è un’opzione tra le altre, né semplicemente un dovere: è una necessità, la sola chance che l’umanità ha di sopravvivere. E questo vale soprattutto oggi: se fino a qualche decennio fa l’extrema ratio per dirimere i conflitti – sebbene non da tutti accettata – poteva essere la “legge del più forte” esercitata attraverso la guerra, nell’epoca post atomica, con un conflitto nucleare l’umanità ha il terribile potere di autodistruggersi. Infatti il filosofo di Königsberg nel capitolo 6 del suo trattato parla della più assurda delle guerre, la guerra di sterminio: «…nessuno Stato in guerra con un altro deve permettersi ostilità tali da rendere impossibile la fiducia reciproca nella pace futura: […] infatti in piena guerra deve rimanere ancora una qualche fiducia nella disposizione d’animo del nemico, perché altrimenti non si potrebbe neppure concludere una pace e l’ostilità degenererebbe in una guerra di sterminio: poiché la guerra è però il triste strumento imposto dalla necessità nello stato di natura […] per affermare il proprio diritto con la violenza […]. Da ciò allora segue che una guerra di sterminio in cui la distruzione può toccare a entrambe le parti nello stesso tempo, e assieme a queste anche a ogni diritto, farà sì che la pace perpetua abbia luogo solo nel grande cimitero del genere umano. Quindi una tale guerra, e perciò anche l’uso dei mezzi che conducono a essa, deve essere assolutamente vietata». Se questo valeva due secoli fa, vale drammaticamente soprattutto oggi: il conflitto nucleare è la versione moderna di una guerra di sterminio. Di fronte a queste affermazioni ogni commento è superfluo. Tuttavia vorrei citare due uomini che vissero in prima persona la cosiddetta “crisi dei missili di Cuba” (ottobre 1962), in cui l’umanità sembrava avviarsi verso l’olocausto nucleare: Papa Giovanni XXIII e John Fitzgerald Kennedy. Nell’enciclica Pacem in terris, composta proprio a ridosso di quei drammatici giorni, Giovanni XXIII scrive «…si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma attraverso il negoziato. Vero è che sul terreno storico quella persuasione è piuttosto in rapporto con la forza terribilmente distruttiva delle armi moderne; ed è alimentata dall’orrore che suscita nell’animo anche solo il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle armi apporterebbe alla famiglia umana; per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia». Il Papa sembra riprendere le parole di Kant: la guerra – proprio nell’era atomica – è una follia, è fuori dalla ragione (…alienum est a ratione). John Kennedy, a sua volta, nello storico discorso all’ONU del 25 settembre 1961, ci ha lasciato il famoso monito: «L’umanità deve mettere fine alla guerra o la guerra metterà fine all’umanità». È responsabilità di tutti affinchè questa esortazione non diventi la lugubre sentenza su una umanità che avrà scelto di sperimentare altra pace che quella della morte.

Postilla
Tutto ciò che si riferisce a questa “disputa virtuale” tra i due filosofi tedeschi potremmo applicarlo all’assurda guerra che si sta consumando oggi tra Ucraina e Russia o, per essere corretti, a tutte le guerre in corso – la famosa Terza guerra mondiale di cui parla spesso Papa Francesco. Gli “ingredienti” a cui si riferisce Kant criticando l’irrazionalità e l’assurdità della guerra ci sono tutti: dalla critica al dispotismo, allo sperpero di risorse destinate agli armamenti, all’incapacità di risolvere le controversie attraverso il negoziato, alle violazioni del diritto interazionale, alle stragi dei civili, alle devastazioni e agli immani danni ecologici che questo conflitto sta procurando, per finire alla reiterata minaccia di un’apocalisse nucleare.
Per ironia del destino le spoglie di Immanuel Kant riposano nei pressi della cattedrale medioevale della sua città natale, Königsberg, l’odierna Kaliningrad, exclave russa tra Polonia e Lituania con accesso al mar Baltico.

Secondo voi, oggi, nella Russia di Putin, il nostro Immanuel starà riposando …in pace?

Francesco Pignatelli
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