Ateismo nei cimiteri

Non siate tristi come chi non ha speranza… (1 Tes 4,13)

Colonne mozzate, angeli affranti e piangenti, scheletri armati di falci, teschi e tibie incrociate: spesso o quasi sempre, visitando i nostri cimiteri, tra lapidi e statue ci imbattiamo in un repertorio di immagini tristi, lugubri, disperate e, in fin dei conti, atee.

Se è vero com’è vero l’adagio: “come si vive così si muore”, potemmo applicarlo alle nostre città e ai nostri cimiteri: la città dei vivi si specchia nella città dei morti. Il culto dei morti, la speranza nell’immortalità, le credenze nell’oltretomba, nell’altra vita o, per i cristiani, nella vita eterna costituiscono una miniera di testimonianze, documenti e informazioni sulla cultura, religione e vita delle varie civiltà del passato e del presente.

Ogni rappresentazione della morte è legata a una “weltanschauung”, cioè a una particolare concezione della vita e visione del mondo con cui ogni uomo o società considera l’esistenza e il proprio posto nel mondo. Sarebbe interessante a questo punto aprire una parentesi per approfondire questo argomento, ma ci porterebbe ben oltre i limiti e le finalità del discorso iniziato.

Ci poniamo piuttosto qualche domanda: il concetto della vita e della morte che traspare dalle immagini e dai simboli presenti nei nostri cimiteri è un concetto cristiano? Esprime, malgrado la mestizia e la tristezza del distacco, la fatica della fede, le grandi domande della vita e la domanda per eccellenza sul senso, cioè, dell’esistenza, la speranza cristiana nella resurrezione?

Se la risposta è negativa, pensiamoci su. In tutto questo potrà aiutaci abbondantemente la testimonianza dei cristiani dei primi secoli. Questi – per citare alcuni esempi – hanno cominciato ad usare il termine “cimitero” per definire il luogo di sepoltura dei fedeli. Il termine deriva dalla parola greca koimetèrion, “luogo di riposo”, e dal verbo koimàn che significa “fare addormentare”: indicando in questo modo come la sepoltura non sia altro che un momento transitorio, in attesa della resurrezione finale.

Altri esempi e interessanti testimonianze ci vengono dall’arte paleocristiana dei cimiteri e delle catacombe. Qui la speranza dei primi cristiani è espressa con segni semplici ed essenziali: le espressioni artistiche scultorie e soprattutto pittoriche illustrano episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento (Noé, Abramo, Giona, i miracoli di Gesù, il buon pastore… avete presente il bellissimo mosaico del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna?) e le rappresentazioni del Battesimo e dell’Eucaristia. La maggior parte dei simboli riprodotti fanno riferimento alla salvezza eterna come la croce-àncora, la colomba, la palma, l’edera, il pavone, la fenice. Interessante è l’uso dell’alfa e l’omega – la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco – che simboleggiano l’inizio e la fine di ogni cosa così come richiamano l’arco dell’esistenza umana dal suo inizio alla fine – scambiati però di posto, cioè, prima l’omega e poi l’alfa ad indicare che la fine della vita terrena è il vero inizio della vita eterna, il dies natalis, il giorno della nascita al cielo.

Il monogramma di Cristo o Chi Rho – la combinazione delle prime due lettere dell’alfabeto greco del nome di Cristo – con l’omega e l’alfa. L’affresco si trova nelle catacombe di San Callisto a Roma

La fede e la speranza dei cristiani dei primi secoli serva a “purificare” ed “evangelizzare” tante nostre convinzioni e atteggiamenti sbagliati, in primis, il nostro modo doloristico e funereo, veramente “poco cristiano”, di rappresentare la morte e la nostra speranza nella vita eterna.

Per noi credenti la morte – che resta sempre “il grande forse”, un mistero parte di un mistero ancora più grande e meraviglioso che è la vita – è dunque una chiamata alla luce e alla vita piena, un passaggio luminoso che ci fa entrare definitivamente nella casa del Padre; non ha più le sembianze del “triste mietitore”, ma di “sorella morte” per la quale San Francesco d’Assisi loda il Signore al termine del Cantico delle creature e della sua esistenza terrena: “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale…”

«Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti». (San Paolo, prima lettera ai Tessalonicesi 4,13-14)

Francesco Pignatelli
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